La crisi della politica secondo SocialMacaluso

Macaluso social: “I miei post sulla crisi della politica”A 92 anni, non ha smarrito la passione. In un libro le sue riflessioni quotidiane: “Ma dopo la morte di mio figlio volevo smettere di scrivere”di CONCETTO VECCHIO -27 aprile 2016

Macaluso social: “I miei post sulla crisi della politica”

Emanuele Macaluso 

ROMA – Poi Macaluso parla di suo figlio Pompeo: “E’ morto a giugno, a 65 anni, stroncato da un aneurisma. Aveva appena messo giù il telefono dopo aver parlato con me. Ci sentivamo ogni giorno. Era in salute, aveva concluso il suo impegno come professore di storia nei licei del Ticino. Per tre mesi ho smesso di scrivere. Ero convinto di non poterlo fare più. Ho sempre scritto, ogni giorno. Il primo articolo fu nel ’42 sugli zolfatari di Caltanissetta per l’Unità clandestina”. L’ex direttore dell’Unità Emanuele Macaluso, 92 anni, una vita come un romanzo, un anno fa è sbarcato su Facebook, dove ha una pagina, Em.ma, in cui posta ogni mattina un pungente corsivo sul fatto del giorno. Negli ultimi giorni il suo impegno si è interrotto, per un problema di salute, ma a breve riprenderà. Questo suo diario pubblico è diventato un libro, La politica che non c’è, edito da Castelvecchi, in libreria da domani.

 

Perché scrive su internet?

“Togliatti un giorno mi disse: “Un politico che non scrive è un politico dimezzato”. Scrivere è anche un bisogno fisico, se non potessi più farlo la mia vita sarebbe finita. Leggo nove quotidiani, poi butto giù una ventina di righe. Scrivo rapidamente, a mano. Prima di mezzogiorno detto tutto a Peppe Provenzano e a Sergio Sergi, che pubblicano il pezzo materialmente sulla rete”.

 

Legge i commenti, ma non interagisce con gli amici. Come mai?

“Non mi viene spontaneo. Mia moglie però mi riferisce tutto. La rubrica è molto seguita. E’ stata la forza dei lettori a spingermi a riprendere a scrivere dopo la morte di Pompeo”.

 

Cosa intende dire con “La politica che non c’è?”

“Credo che la politica non sia mai stata così in crisi come adesso. Questo mi addolora. Tutto è precipitato con Berlusconi, che ha fatto passare l’idea che bastasse avere un leader. Quell’idea ha vinto”.

 

Ma i partiti non iniziano a morire con il crollo del Muro?

“Anche. Ma è con il capo di Forza Italia che la ideologia della de-ideologizzazione s’impone, contagiando anche la sinistra. Un partito era un luogo di aggregazione culturale, di elaborazione delle idee, e quelle idee poi muovevano il mondo. Oggi il Pd, l’unico partito rimasto in vita, è un grande comitato elettorale a servizio del suo leader”.

 

Renzi non le piace?

“Ha dinamizzato la vita politica, ma spesso affronta le grandi questioni con superficialità. Dopo due anni al governo non c’è stata una vera svolta”.

 

Molti a sinistra lo paragonano a Berlusconi. E’ d’accordo?

“Per niente! Il Cavaliere scese in campo per difendere i suoi interessi, non dimentichiamolo mai”.

 

Nascerà il Partito della nazione?

“Ma Partito della Nazione non vuol dire niente. Il mio amico Reichlin, che per primo usò l’espressione, voleva dire “per la nazione”: un soggetto cioè portatore di un interesse nazionale. Così sembra invece che Renzi voglia rappresentare tutti; una simile pretesa non l’ebbe mai nemmeno la Dc. Intuisco che voglia dare al partito un volto più centrista, nella convinzione che la sinistra abbia esaurito il suo ciclo storico. Ma su quali basi culturali e d’identitarie non mi è chiaro. Bobbio diceva che il fine, per la sinistra, era di costruire “una società che tenda all’uguaglianza”

 

Non sono retaggi novecenteschi? Oggi gli italiani chiedono una via d’uscita dalla crisi: non è questo il compito principale della sinistra?

“Ma per fare questo i partiti devono essere presenti nella società, tra la gente. Il Pd è tra il popolo? Non mi pare. Prenda il vicesegretario Serracchiani: sta sempre in tv. Eppure è anche governatore del Friuli, un lavoro che di per sé richiederebbe un impegno totalizzante”.

 

Intanto il Movimento 5Stelle è stabilmente al 25 per cento. Come lo spiega?

“Non mi stupisce. Se un partito non sta nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri, se manca una vera compartecipazione, allora prevale il populismo. Vincono i Gianluca Gemelli, gli arrampicatori per i quali la politica è un solo strumento per fare affari. Io penso che la gente voglia ancora partecipare, invece tutto si riduce a talk show. E’ un circolo vizioso, che provoca un’erosione della cultura politica di massa. Fino a vent’anni fa il bracciante siciliano aveva una visione del mondo, un orizzonte, che oggi non ha nemmeno un laureato”.

 

Prova estraneità?

“Sì e no. Tempo fa mi ha telefonato De Maria della segreteria del Pd. Voleva che andassi a tenere una lezione ai giovani. Ho fatto resistenza, ribadendo le mie riserve sul partito, ma lui ha insistito molto, chiedendomi di tenere una lezione. Mi sono ritrovato in una sala strapiena di giovani, e lì ho parlato per un’ora del socialismo, del Pci. Mi ha colpito la loro accoglienza. Soprattutto mi hanno colpito le loro domande, erano tutte giuste. Sono uscito da lì col cuore pieno di speranza”.

 

Ho trovato strazianti le pagine che riserva alla morte di Pompeo. 

“Con questo mio figlio il rapporto era stato a lungo accidentato. Da ragazzo militava in “Servire il popolo”, una delle tante formazioni extraparlamentari del ‘68: vedeva noi del Pci come fumo negli occhi. Non ci capivamo. Poi un giorno lo arrestarono per un comizio non autorizzato, si fece sei mesi di carcere all’Ucciardone per questa cosa; io andai a trovarlo sempre, gli portavo i libri con cui si laureò in cella con una tesi su Labriola. Era il 1972”.

 

Così ritrovò Pompeo?

“Sì, nacque un rapporto fortissimo, di continui scambi intellettuali. Pompeo era molto premuroso, protettivo, mi chiamava ognigiorno, e ora se ne è andato via prima di me” (Macaluso si commuove).

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